Il mercante di pietre.

Scomodo. Scomodo come un sacchetto troppo pesante che ti taglia le mani, come un maglione dolcevita che punge, come la vita di Alceo, un uomo rimasto senza gambe in seguito all’attentato terroristico di Nairobi avvenuto nel 1998. Non è un caso che l’abbiano ritirato dalle sale pochi giorni dopo la sua uscita.

Una cosa è certa: Renzo Martinelli, il regista di questo film, non aveva un intento di mediazione; attraverso il pensiero di Alceo ci fa capire che, a suo parere, la cultura occidentale-cristiana e quella islamica non sono conciliabili, nemmeno grazie all’amore fra due persone innamorate. Mi rendo conto che con questa posizione si rischia di cadere in un’altra trappola di estremismo, però non nego che talvolta mi trovo a condividere l’idea di Martinelli, anche se non lo vorrei. Molto facile cedere alla tentazione di giudizi affrettati che fanno a gara per essere espressi.

La trama è un inteccio ben costruito, con qualche forzatura, ma nel complesso riesce a tenere alto il livello di attenzione per tutta la durata della pellicola. La fotografia è suggestiva, curata, particolare; l’utilizzo del digitale, unito a un uso manieristico della camera la rendono ancora più caratteristica e coinvolgente.

Keps*

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