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JJ.

Ovvero Japan Jazz.

Immaginate un viale di ciliegi in fiore, con i rami affollati di gemme e la strada che fa da materasso a qualche petalo sfuggito via; d’un tratto arriva correndo un soffio di vento che li spettina, li mischia, li fa volare in giro, creando un turbinio di colori intonati: questo è ciò che riescono a fare i Soil and the Pimp Sessions con le note musicali.

Un gruppo che ho scoperto casulamente dal vivo durante un Arezzo Wave, che mi ha fulminato dal primo momento e che ho avuto la fortuna di poter rivedere lo scorso giovedì 15 aprile al Blue Note di Milano. Travolgenti a dismisura, hanno fatto ballare il pubblico (una sessantina di persone, di cui una decina giapponesi) con il loro ritmo mozzafiato e la loro capacità di trascinarti con loro nella frenesia dell’improvvisazione jazz.

Spettacolo. Mi hanno detto che pensano di tornare in Italia fra un annetto: speriamo!

Keps*

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A winter melody.

1-2-3 PROVA. 1-2-3 PROVA.

Ci siete ancora, cari lettori? Vi chiedo scusa per questo lungo periodo di latitanza: non avevo la testa per dedicarmi al blog e, per l’assioma secondo cui piuttosto che dire qualcosa per forza è meglio stare zitti, non ho scritto fino a oggi.

Per farmi perdonare dell’assenza, vi regalo una chicca, ma prima ditemi: vi piace lo spot dello Zefiro? Massì, quello dove ci sono lui e lei nel letto al mattino, tutto girato in stop motion. Ebbene, l’idea di questa pubblicità è stata presa da un videoclip stupendo, realizzato per una canzone che entusiasma i cuori romantici e schiude delicatamente gli animi più austeri.

L’autore è Oren Lavie, giovane artista di Tel Aviv, debutta con un album (The Opposite Side of Yhe Sea) che scorre dentro l’animo come una bevanda calda sorseggiata in un rifugio pieno di cuscini rossi, al riparo da un inverno tagliente. Io e Cipì lo ascoltiamo a ripetizione in ufficio; ottimo anche per i viaggi in solitaria o per una cena a lume di candela.

Keps*

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Masala musical.

Fra le 1000 cose che mi piacerebbe fare nella vita, una è sicuramente quella di diventare una Queen Bee: un’eroina del cinema di Bollywood.

Cosa darei per partecipare a una di quelle mega coreografie con un sacco di persone che ballano insieme al ritmo di “Shava Shava”. Quando vado all’estero mi piace moltissimo guardare i videoclip locali e qualli indiani sono in assoluto tra i miei preferiti; ne vengono realizzati una quantità esagerata e possono essere divisi in 2 grandi categorie: quelli in cui ci sono una quantità esagerata di persone e quelli in cui ci sono solo lui e lei che amoreggiano in ambiente bucolico.

Detto questo, non potevo certo perdermi Bollywood The Show!, il musical di produzione indiana che ha travolto il Teatro degli Arcimboldi dal 19 al 24 maggio e che ha conquistato il mondo. Durante lo spettacolo (e anche dopo in macchina e anche il giorno seguente) non riesco a stare ferma: devo assecondare il mio corpo che vuole muoversi, deve muoversi, vuole tornare in India; mi guardo attorno e mi sale un’allegria frizzante, un brivido nel vedere quante persone tra il pubblico vorrebbero scatenarsi e allora battono le mani con forza e accennano movimenti, seduti sulle poltrone di velluto rosso.

Sono troppo forti questi indiani.

Keps*

P.S.Chissà come sarebbe il mio nome da star bollywoodiana…

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Gran Milan!

Cari lettori,

in attesa delle foto de “Le Forme di Morfeo”, pubblichiamo la recensione di un nostro reporter meneghino che mercoledì sera si è recato al nuovo Derby di Milano. In questo ruspante teatrino, diretto da Teo Teocoli, va in scena in questi giorni “Progetto Derby Cabaret”, uno show divertentissimo almeno a detta del nostro inviato. Vai col contributo!

A l’està propi bel ier sera al Derby de Milan cun tuta la Compagnia dei Giovani, al faseva un po cald perchè l’aria cundisiunada la s’era schcepada ma, si sa, el Derby l’è un lucal rustic. I protagunist  eran gent de la vecia Milan, quei lì del Pulverun e del Tricheco, che han cumincià tuch insema quan ch’eran fieou e che dopu 40 ann a se ritrovan su lo stes palcoscenic: Mario Lavezzi, Tony Dallara, Zuzzurro e Gaspare, Armando Celso. Una serada ca racumandi a tuch! Saluti.

Spek

Ringraziamo  Spek per l’articolo, tra l’altro ci ha raccontato che proprio il giorno dopo lo spettacolo, cioè ieri, ha incontrato Zuzzurro in centro a Milano e gli ha fatto i complimenti per l’esibizione: te guarda i casi della vita!

Keps*

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Un film coi baffi?

Che tristezza. Anche qui piove, come a Brokeback Mountain in certe notti di quell’agosto 1963; niente passeggiate a cavallo, niente bagni nel fiume, niente falò, niente pesca (ma tanto della pesca non gliene è mai fregato niente). Fortuna che io sono qui sul divano con Merlino e non in un prefabbricato col pavimento di linoleum, o in una casa tenuta insieme da polvere e nostalgia. Fortuna che posso scegliere cosa fare della mia vita, al contrario di Ennis, Jack e Alma che non sono liberi di essere le persone che vorrebbero; tutti noi viviamo in un tessuto sociale e familiare dal quale siamo condizionati, ma i protagonisti di questo film sono ingabbiati nella vita come Aldo nello spot della Wind e non riescono a essere felici.

Mentre la pellicola si era distinta per essere incentrata su una coppia gay, io l’ho trovato un fatto marginale; mi spiego meglio: credo che i temi fondamentali siano libertà e diversità, che poi si tratti di diversità in fatto di gusti sessuali poco importa. Probabilmente è stato uno dei primi film a trattare l’amore omosessuale maschile in questo modo, forte e tenero allo stesso tempo ed è apprezzabile ma, ripeto, secondo me l’argomento non si esaurisce nella loro storia.

Molto triste, ammetto che mi aspettavo qualcosa di più. Bellissimi, però, i paesaggi: davvero incantevoli.

Keps*

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They’re back. Definitely back.

Scrivo questo articolo con ancora l’adrenalina che mi pulsa nelle vene, spinta dalle 11.000 teste che ondeggiano avanti e indietro per assecondare un ritmo a cui non si può dire di no.

Da che parte comincio a descrivervi questo concerto spet-ta-co-la-re? Dalla bambola gonfiabile gigante affetta da debordatio pectoris a cavalcioni di un trenoa grandezza naturale, dallo spogliarello di Angus Young madido di sudore con la bocca impazzita o dalla telecamera che lo riprende dal basso mentre saltella con le sue gambette pallide? Facciamo che non parto da nessun punto e ve lo racconto così; del resto si tratta degli AC/DC, perciò la normalità ora non ci riguarda.

Due ore di puro rock senza interruzioni e sempre al massimo, alla faccia dei 60 anni e degli artisti tirchi a donarsi; loro di danno fino all’ultima goccia, senza pause nè cali di tensione: una scarica di energia ad altissimo voltaggio.

Palco e scenografie esagerate, piene di contrbuti e oggetti rigorosamente marchiati AC/DC studiati per esaltare i fan, già in delirio dopo il primo pezzo; vi lascio immaginare l’atmosfera dopo 20 minuti (dico, 20 minuti!) di assolo di Angus.

Già penso a quando torneranno in Italia…dovremo aspettare molto? No dai, facciamo le corna.

Keps*

P.S. Un grazie a H, Spino, l’Emiglietor, Mino, il Conte, la Wiwi e il Baio e al ragazzo di Bergamo.

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Some shoes don’t need feet.

In attesa dell’articolo sul concerto degli AC/DC, lo chef consiglia di degustare questo gustoso video preparato dal nostro amico Jobander.

Che fffforte.

Keps*

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